Tempi bui per migranti e rifugiati. L’egoismo dell’Italia e il fallimento dell’Europa

Si avvicina il 20 giugno, la giornata mondiale del ridugiato. Ma quest’anno c’è davvero poco da celebrare. Con Matteo Salvini al ministero dell’interno la svolta verso la chiusura a ogni genere di accoglienza è assicurata. Per non parlare del clima anti immigrati sempre più ostile. Basti pensare all’omicidio del sindacalista originario del Mali Sacko Soumalia, ucciso a colpi di arma da fuoco in Calabria.

E pensare che dallo scorso anno l’Italia ha dichiarato  il 3 ottobre Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, con una legge voluta dal parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica il 21 marzo 2016.

Era doveroso ricordare quella tragedia ma oggi questa giornata appare vuota di significato.   Dobbiamo ammettere che da quel 3 ottobre nulla è cambiato. E se l’Italia si chiude, l’Europa ha colpe ancora maggiori. Sono trascorsi quasi quattro anni da quel  tragico naufragio a poche decine di metri dalle coste dell’isola di Lampedusa che causò la morte di 368 persone.

Le immagini delle bare, una accanto all’altra, tante bianche e minuscole, nell’hangar dell’aeroporto militare, è ancora nitida nella nostra memoria. In peritura memoria perché dimenticare è impossibile. L’Italia reagì a quella tragedia creando l’operazione “mare nostrum”, che ha salvato tante vite. In un solo anno oltre 170.000.

Nell’ottobre del 2014 “mare nostrum” è stata sospesa perché l’Europa non ha voluto farsene carico, non ha voluto considerare il Mediterraneo un mare “anche” europeo. Ed è nata Triton, una missione diretta più a monitorare e scoraggiare l’arrivo dei migranti piuttosto che a portare soccorso. Da allora altre 270.000 naufraghi sono stati recuperati da navi italiane e di altri stati europei ma soprattutto da imbarcazioni private e di organizzazioni non governative, come Medici senza frontiere.

E molti, troppi, sono ancora i morti che si arenano sulle nostre spiagge o che finiscono in fondo al mare con le carrette su cui si imbarcano sperando in un viaggio della speranza che quasi mai termina in un porto sicuro.

A oggi, da quel naufragio che schiaffeggio un intero continente, le vittime sono state oltre 12 mila e il Mediterraneo è diventato un immenso “cimitero” d’acqua.

La Giornata mondiale del rifugiato come quella della memoria dei naufragi hanno un unico, giustissimo, fine conservare e rinnovare il ricordo di quanti tentato vie di fuga disperate o hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro e altri paesi europei per sfuggire a guerre, persecuzioni e miseria. Ma le “cerimonie” di questo genere sono solo ipocrisie. Serve ben altro a impegnare gli Stati a raccogliere la sfida delle migrazioni, a tutelare la vita e la dignità delle persone in fuga. Uomini, donne e bambini che null’altro cercano se non una chance di sopravvivenza.

Lo scorso anno i morti hanno sfiorato i 4 mila, quest’anno il dato è in flessione ma le vittime restano ancora tante.

Tagliare i fondi per l’acxoglienza è un atto irreperibile. Alternative legali e sicure per scoraggiare le migrazioni esistono e vanno attuate – per chi non avesse i requisiti per essere accolto – ma per chi questo diritto ce  l’ha deve essere garantito, sempre. Come i ricongiungimenti familiari e la possibilità  di permettere alle persone in fuga da guerre, violenze e persecuzioni di arrivare in un luogo sicuro senza dover intraprendere viaggi pericolosissimi rischiando la vita.

Serve un momento di riflessione globale e di denuncia affinché l’irresponsabilità di chi crea le condizioni delle tragedie del mare sia ben chiara. L’indifferenza di tanti non può essere accettata.

L’Unione Europea ha fallito nel definire una nuova politica comune per l’asilo e sull’immigrazione. I timidi tentativi della Commissione europea per riformare il regolamento di Dublino e per una distribuzione equa dell’accoglienza tra i paesi membri non ha prodotto risultati.

Samo tutti consapevoli di una realtà: una soluzione “umana” al problema immigrazione non è una priorità dell’Europa. Non è mai stata una priorità  per chi ci ha governato finora. E oggi è addirittura  da avversare.

È, e resta, “semplicemente” il dramma dei disperati che tentano invano di sbarcare sulle nostre coste in cerca di salvezza da guerra, crisi e catastrofi naturali.