Giovane eritrea in “crociera” sull’Aquarius

di Cornelia I. Toelgyes

Squilla il telefono, a stento riconosco la voce della mia cara fraterna amica, che conosco da anni. Senza i soliti scherzosi convenevoli arriva al dunque. E’ stata appena contattata da una parente in Eritrea, disperata e preoccupata per la sorte della figlia Selam, fuggita dal piccolo Paese del Corno d’Africa e ora in “crociera” nel Mediterraneo con il figlioletto.

Il viaggio di Selam e Tesfai (i nomi sono di fantasia per evitare rappresaglie)  è iniziato mesi fa quando la ragazza voleva ricongungersi con il compagno (attualmente in Israele), il papà del suo bimbo e della creatura che portava in grembo.

 

Raggiungere Khartoum non è proprio una passeggiata. Si viaggiava solo di notte, su piste secondarie per non incappare nei continui controlli, ormai molto frequenti. Non voleva finire in una lurida galera sudanese, con il rischio di essere rimpatriata ad Asmara.

Nella capitale sudanese Selam e il suo piccolo sono stati ospitati da una lontana parente. Durante le settimane del suo soggiorno non poteva uscire di casa. Le forze dell’ordine dell’ex condominio anglo-egiziano sono sempre a caccia dei migranti “illegali”. Aveva fretta di continuare il viaggio, voleva raggiungere l’Europa prima della nascita del suo bimbo, anche se il papà probabilmente non sarebbe stato con loro.

Finalmente era arrivato il giorno per partire alla volta della Libia. Selam fremeva di gioia e in quel momento non volle pensare ai racconti terrificanti di coloro che erano sopravvissuti a quell’inferno. Prese in braccio il piccolo, un ultimo abbraccio ai suoi cari e senza esitare salì sul camion.

Un viaggio estenuante, specie per questa giovane mamma incinta. Sperava di imbacarsi subito verso le nostre coste, non appena giunta in Libia. Ma non è stato così. Una volta arrivati nella ex colonia italiana, lei e i suoi compagni di viaggio sono stati rinchiusi in una specie di magazzino. Per terra alcuni materassi, cibo a giorni alterni, acqua poca, non bastava nemmeno per dissetarsi, figuriamoci per l’igiene personale. Tesfai piangeva sempre e dormiva poco. Poi i suoi aguzzini hanno cominciato a picchiarla e a prenderla a calci. Mentre urlava di dolore hanno chiamato la sua mamma, rimasta a Decameré, una città a sud-est di Asmara. Le hanno chiesto un riscatto di seimila dollari. Ci è voluta qualche settimana prima di racimolare una tale cifra. La nonna di Tesfai ha dovuto vendere tutto ciò che aveva: la casa, i terreni e la bicicletta di uno dei figli maschi e chiedere persino aiuto ai parenti all’estero.

l’Odissea dei migranti sull’Aquarius

Appena accreditato il malloppo, invece di essere liberati, Selam e il piccolo Tesai sono stati venduti ad un altro trafficante. Nuovamente botte per Selam. Altre sofferenze per il piccolo Tesfai e il bimbo che cresceva dentro di lei. Ormai il parto era vicino, lo sentiva. I soldi tardavano ad arrivare. La mamma non aveva più nulla da vendere, parenti ed amici all’estero erano stanchi delle continue richieste di denaro che ricevevano da anni dai familiari rimasti a casa. Tutti avevano almeno un figlio o una figlia per i quali bisognava pagare un riscatto.

Pochi giorni prima che venisse versata la somma richiesta, Selam ha partorito, ma il suo bambino è nato morto. Le sofferenze fisiche e quelle dell’anima avevano consumato la giovane mamma e il piccolino nel suo grembo. Ancora stordita e sofferente, i trafficanti l’hanno imbarcata su un gommone insieme ad altri compagni di sventura.

Selam ricorda poco di quel che è accaduto poi in mezzo al mare. I suoi unici pensieri erano rivolti a Tesfai. Doveva proteggerlo e salvarlo.

Ora madre e figlio sono da giorni e giorni in viaggio sull’Aquarius. Un’ odissea senza fine, le trattative tra governi prima, la tempesta in mare poi. Man mano che passano i giorni, Selam è sempre più nervosa, la disperazione cresce di ora in ora. Valencia è ancora lontana e non osa nemmeno sognare un futuro, un domani, per lei e il suo bambino.